DONNA LETIZIA
di Lucia Vignolo
Un femminicidio come tanti altri.
Ma voglio raccontarvi la sua storia,
perché il suo assassino, il maschio, l’uomo che aveva sposato e con il quale
aveva vissuto tutta la vita, tanto che avevano festeggiato le nozze d’oro, il
suo assassino dicevo, non era un tipo violento, e non l’ha uccisa a botte, o a
coltellate, o a bastonate, e nemmeno con la pistola o con qualsiasi arma, e
nemmeno l’ha strangolata o avvelenata. In effetti nessun tribunale potrebbe mai
condannare questo uomo per uxoricidio. E a dirla tutta, lui non si è nemmeno
reso conto di averla uccisa, perché il delitto si è consumato nella sua più
totale inconsapevolezza.
Letizia aveva sposato Bacci pochi anni
dopo la fine della seconda guerra mondiale, in quegli anni cinquanta che
avevano visto il paese crescere velocemente, sulla scia degli Stati Uniti, i
“liberatori”, nel fermento economico sociale dell’industrializzazione, della
crescita economica, del boom delle nascite.
Bacci si chiamava in realtà Giovanni
Battista Sommariva, nome e cognome tipicamente liguri. Ma in Liguria Giovanni
Battista, bellissimo nome ma molto impegnativo, diventa solitamente Giobatta, e
Giobatta si storce nel più confidenziale Baciccia, e Baciccia per gli amici e i
parenti fa Bacci.
Bacci e Letizia erano vicini di casa.
Abitavano in un paese rivierasco allungato sul fiume, paese che si stava
velocemente popolando di ex contadini scesi delle ridenti collinette
sovrastanti, che abbandonavano le sudate fasce e aprivano negozi, uffici e
laboratori, e se potevano mandavano i figli all’università a Genova o a Pisa
alla Normale.
La famiglia di Bacci era una famiglia
storica del paese. I Sommariva avevano qualche terra al sole, non tante ma ben
posizionate, e il padre in quegli anni era sindaco. Avevano un panificio sulla
strada principale, e Bacci aveva iniziato a lavorarci dopo le scuole
dell’obbligo perché di studiare non ne aveva voglia. Così almeno diceva la sua
maestra, che lo aveva in antipatia, forse perché era un bambino un po’
scontroso, di poche parole, e le sue monellerie si riducevano a birbonate come
attaccare i barattoli vuoti alla coda del gatto, il quale si produceva in
rumorosi contorcimenti per liberarsi dell’incomodo. Probabilmente anche il
gatto lo aveva in antipatia; il resto del mondo non è dato sapere, perché non
si è mai riusciti ad individuare nessuno che abbia dichiarato almeno una volta
“ah siiii… Bacci Sommariva! eravamo amici, siamo andati insieme nel tale posto,
abbiamo fatto la tale cosa, ci vedevamo sempre il tale giorno…”. Insomma Bacci
Sommariva sembra aver cominciato la sua vita il giorno del matrimonio con
Letizia, come se lei lo avesse improvvisamente posto sotto un riflettore
rivelando al mondo la sua esistenza.
La famiglia di Letizia erano i “Podestà
du tabacchin”, perché erano proprietari dell’unica tabaccheria del paese; e
siccome a quel tempo le tabaccherie erano anche dei veri e propri
“supermercati” dell’epoca, dove trovavi di tutto, dai generi alimentari alle
stoviglie ai quaderni, come oggi dai cinesi, chi aveva una tabaccheria era
conosciuto da tutti nei dintorni.
Il giorno del matrimonio era stata festa
grande. Per la visibilità delle due famiglie, e per la bellezza dei due sposi.
Eh sì, Bacci e Letizia erano due belli,
belli di natura perché a quei tempi l’estetista non esisteva e anche i
parrucchieri non erano molto in uso.
Le bionde erano poche, perché non era
facile decolorare i capelli, ma Letizia era bionda perché lo era per nascita,
come suo padre. I suoi bellissimi capelli lisci e folti erano di un color miele
che il sole schiariva a ciocche, con un risultato che oggi si ottiene con il
laborioso e costoso procedimento dello shatush. Era alta e armoniosa, vita
stretta, fianchi morbidi e decolletè prosperoso. La classica maggiorata
dell’epoca insomma.
Bacci era un giovane ben proporzionato,
spalle larghe e gambe ben piantate, snello e muscoloso, riccioli bruni alla
Scamarcio, occhi profondi alla Raul Bova. Assomigliava un po’ a Tyrone Power,
come Letizia era un tipo alla Linda Christian, la cosiddetta “bomba anatomica”
che aveva sposato l’attore pochi anni prima; e forse per questo l’abito in
pizzo e l’acconciatura della sposa erano stati copiati dalla mise nuziale di
Linda.
Fu proprio la bellezza a cementare per
un bel po’ di anni quel loro improbabile matrimonio. Non solo erano belli, ma
la bellezza era il loro valore. La prima cosa che guardavano in una persona era
la bellezza. E il fatto che fosse bella era già di per sé meritevole di stima.
La seconda cosa era il denaro. Più ancora della posizione sociale in senso lato
contava la posizione economica. Meglio un asino benestante che un professore
morto di fame. Se poi il professore era pure brutto… era un paria… un reietto,
un miserabile.
Vero è che i due avevano vissuto la
guerra nei loro anni adolescenziali, e in guerra anche qualche terra al sole
non esenta dalla fame. Vero è che la fame abbruttisce, con due t, cioè si
diventa brutti, e la bellezza diventa quindi metafora del benessere. Fatto sta
che avevano nella loro reciproca bellezza l’unica ragione di uno stare assieme
che non aveva altro ragionevole parametro.
Se ci fossero stati ai loro tempi i
social, e avessero fatto uno di quegli stupidissimi test di affinità di coppia,
sicuramente avrebbero fatto saltare l’algoritmo tanto erano teoricamente
incompatibili. E siccome la teoria non è mai così sideralmente lontana dalla
pratica, i nostri eroi erano incompatibili anche di fatto.
Tanto Letizia era socievole, estroversa,
fantasiosa, generosa, premurosa, concentrata, creativa, esuberante, coraggiosa,
prepotente, egocentrica, dilagante, veloce, ambiziosa, arrogante, narcisista,
caparbia… tanto Bacci era introverso, taciturno, timido, tranquillo, laborioso,
industrioso rallentato, distratto, egoista, dimesso, codardo, pusillanime,
freddo, menefreghista, avaro, anafettivo, saccente, arrogante.
Comunque se è vero che gli opposti si
attraggono, la coppia avrebbe potuto anche essere considerata ben assortita:
quel che difettava all’uno cresceva all’altro. . Se fossero state due persone
normali. Se la loro arroganza, altro tratto in comune oltre la bellezza fisica,
non fosse stata così smisurata da impedire loro di fare anche un solo passo
l’uno verso l’altro. Semplicemente, obtorto collo, lui per il quieto vivere lei
per senso del dovere, si sopportavano.
Per diversi anni la sopportazione era
stata facile. L’attrazione fisica reciproca aveva probabilmente giocato a
favore.
Letizia sentiva sempre il bisogno di
dare giustificazione di quella scelta, di aver sposato proprio Bacci tra i (si
presume) tanti pretendenti per una così bella ragazza. Ho sposato il più bello
del paese era il teorema di base, supportato dalle non richieste dimostrazioni,
mio marito dice che che sono la più bella donna che si veda in giro, mio marito
ama le bionde (detto con orgoglio anche alla figlia che era bruna come il
padre), mio marito le altre donne non le guarda nemmeno.
Ma sottopelle, che sarebbe bastato
grattare un po’ per tirarlo fuori, c’era già percepibile un disagio. Bacci le
donne non le guardava più di tanto, per vigliaccheria, per indifferenza, per
anafettività, perché tanto non sarebbe mai uscito dagli schemi se non ce ne
fosse stato un motivo, ed era abilissimo nel tollerare le intemperanze della
moglie, rifugiandosi nel suo “se cade il mondo mi sposto di lato” piuttosto che
combattere lealmente per i suoi diritti.
E sì, perché Letizia, che da un lato,
quello pubblico, si gloriava di avere un marito meraviglioso, anche se non si
produceva mai nella dimostrazione di quelle meraviglie, tanto che si doveva
dedurre fossero tutte privatissime e consumate nottetempo, d’altro canto,
quello privato, si lasciava spesso andare a violente manifestazioni di
insofferenza verso quelle che erano proprio le caratteristiche peculiari del
marito.
Non era più taciturno ma era un orso,
non era più tranquillo ma menefreghista, e così via, di ogni aspetto del
carattere ne vedeva il lato negativo.
Bacci non dava mai in escandescenze, non
era geloso, non si arrabbiava, non aveva mai alzato un dito anche quando lei
gli tirava il primo oggetto contundente che gli fosse capitato a tiro. Sei un
vigliacco gli urlava lei, un coniglio, e probabilmente aveva ragione. La
mancanza di aggressività di Bacci era direttamente proporzionale alla sua mancanza
di fegato.
Letizia lo sapeva e non gli garbava.
Avrebbe preferito che quelle caratteristiche fossero frutto di una scelta
responsabile, matura, non un puro effetto di pancia. Se così fosse stato
avrebbe potuto stimare il marito. Così invece si rendeva conto di aver sposato
un mediocre, anzi un inetto.
Si sentiva profondamente umiliata da
tanta mediocrità. Lei che era così creativa, così capace, intelligente,
carismatica, avrebbe potuto stare vicino ad un uomo importante, avrebbe fatto
la sua porca figura come moglie di un diplomatico, un artista, un primario, uno
scienziato, un politico.
Un giorno, un capodanno per la
precisione, la famiglia era riunita giù in tavernetta, a tavola. Bacci,
Letizia, le due figlie, i due generi, i nipoti. In sottofondo la TV proponeva
il concerto di capodanno, in diretta da Vienna. Dirigeva il maestro Muti.
Letizia, all’attacco dei brani che le piacevano di più, si estraniava
momentaneamente dalla conversazione per ascoltare la musica. “Ecco, il maestro
Muti è il marito che qualsiasi donna vorrebbe avere accanto! Che uomo! che
fascino!”. Aveva esclamato la frase con enfasi, con la sua bella voce vibrante,
naturalmente alta e chiara. Era seguito un attimo di gelo. La conversazione si
era interrotta bruscamente. Bacci non aveva fiatato, né aveva mosso un muscolo.
Essere stimato dalla moglie non era la sua priorità, perché avrebbe dovuto
risentirsi?
Letizia aveva due sorelle, una maggiore
e una minore di lei. Pochi anni di differenza comunque. Tanto Letizia era bella
tanto le due sorelle non lo erano: due bruttine, simpatiche e intelligenti ma
bruttine. Come nella fiaba di Cenerentola.
Le due bruttine simpatiche e
intelligenti erano convolate a giuste nozze con due begli esemplari maschili,
che nulla avevano da invidiare al Bacci, essendo essi, oltre che di pregevoli
fattezze, anche più comunicativi, affettuosi, conviviali e, last but not least,
galanti con le rispettive mogli. Nulla sappiamo dei meriti nascosti e consumati
nottetempo ma si presume non mancassero nemmeno quelli.
Per contro le due bruttine intelligenti
e simpatiche evitavano di tirare corpi contundenti in caso di alterchi; si dice
anzi che evitassero proprio gli alterchi, riservandoli a casi estremi di
indiscussa gravità.
Letizia era caustica nei confronti delle
sorelle e dei loro sposi; non si capacitava che due donne così avessero trovato
due mariti che le adorassero. Durante gli sfoghi coniugali delle sue
frustrazioni accusava Bacci di essere “diverso” dai cognati. “Le adorano le
loro mogli, le portano in palmo di mano, hai bisogno di aiuto Rosa? Sei stanca
Giusy, tengo io la bambina? Non devono nemmeno chiedere per avere aiuto.
Cucinano, lavano i piatti, sono ordinati… io invece mi ammazzo di lavoro in
negozio e poi anche a casa, per mettere il pasto in tavola, per tenere pulito,
e tu come se non esistessi, non ti si può chiedere niente che non sei capace di
far niente! Del resto è quello che ti ha insegnato tua madre, quella pappamolle
inetta come te…”
Le due bruttine intelligenti e
simpatiche erano un po’ meno arroganti della sorella bella, e siccome anche
loro erano commercianti e lavoravano più ore dell’orologio, si erano abituate
che quando avevano bisogno di aiuto lo chiedevano educatamente ai loro mariti.
“Per favore puoi pensare tu ai piatti? sono troppo stanca…” alla fine gli
sposini si erano abituati ad una routine di collaborazione e prevenivano la
domanda. Semplice. Bastava pensarci. In biologia l’intelligenza coincide con
l’adattamento, e l’adattamento richiede umiltà, una caratteristica che era totalmente
assente dalla dotazione di Letizia.
Tra Letizia e le sorelle c’era un tipico
rapporto di odio-amore. Ma l’odio era solo di Letizia verso le sorelle, perchè
le due bruttine, ancorchè invidiarla per la sua bellezza, come era sua
convinzione, erano totalmente indifferenti a tale fortuna, intanto perché non
erano poi così brutte nemmeno loro, e poi perché nella loro scala di valori la
bellezza non era evidentemente in posizione così elevata.
Il fatto è che per Letizia praticamente
tutte le relazioni erano di odio-amore. Forse per questo non aveva amicizie ma
solo conoscenze. Non entrava mai in confidenza con nessuno, nemmeno con le
figlie. Per tutti aveva sempre qualche riserva, in tutti riusciva a trovare
sempre il neo, il difetto, e una volta scovato riusciva ad umiliare
l’avversario.
Il problema è che la maggior parte delle
relazioni odio-amore virano prima o poi verso l’odio schietto, perché non è
sempre vero che l’amore vince sull’odio, anzi non succede quasi mai tranne che
nei film di Natale.
E così, col passare degli anni, man mano
che la bellezza sfioriva e veniva meno dunque il valore di punta, man mano che
la famiglia si sottraeva al suo matriarcato, man mano che il marito diventava
più insofferente ai suoi sempre più aspri rimbrotti, la sua frustrazione
cresceva e la soffocava.
Fino a quando era stata abbastanza
giovane ed energica, la sua fantasia e la sua vitalità le avevano consentito un
certo equilibrio. C’era il lavoro, che le dava gratificazioni economiche e
anche personali. C’erano le figlie, e poi i nipoti. Inoltre dipingeva, creava
oggetti artistici, scriveva poesie e racconti, cucinava piatti complicati e
raffinati. La sua voglia di fare, la sua operosità, sottraevano tempo ed
energia a quella macerazione interiore che poi in seguito l’avrebbe distrutta.
Il soddisfacimento che deriva dall’essere riusciti a raggiungere un obiettivo
prefissato, dall’aver agito e creato qualcosa, non lascia abbastanza spazio a
quelle malattie dell’anima che se non controllate possono distruggere un
individuo fino all’annientamento.
Ma gli anni passano i figli crescono e i
capelli imbiancano.
I capelli di Letizia non erano mai
imbiancati a dire il vero, ma era comunque venuto il momento in cui era
difficile dire io sono bella, era venuto il momento in cui le sarebbe servita
una bella dose di saggezza.
Ma sappiamo che la saggezza, che altro
non è che l’intelligenza quando ha fatto esperienza, pure lei necessita
dell’umiltà. Senza umiltà non comprendiamo, e l’esperienza è inutile. Donna
Letizia però aveva in spregio l’umiltà; anzi aveva coniato un suo mantra
personale, che ripeteva sovente, ammantandolo di ironia per renderlo meno
antipatico: “avete sempre ragione io!”.
Incapace di ascoltare, incapace di
chiedere, incapace di valutare con obiettività le argomentazioni altrui,
incapace persino di prendere in considerazione le diversità come altre forme di
normalità, Letizia aveva vissuto tutta la sua vita imprigionata nel
pregiudizio, nel luogo comune, chiusa in una struttura di convinzioni solida
come una fortezza.
Aveva costruito quella prigione con le
sue stesse mani, usando i mattoni di una educazione cattolica della quale
intravvedeva i limiti ma che non osava abiurare, limitandosi a criticarne
aspramente le manifestazioni rituali, ma senza mai metterne in discussione i
dogmi, che le servivano per sostenere un impianto etico a cui riferirsi,
mancandole il coraggio di decidere quali fossero i suoi valori autentici.
Contro i muri della prigione cattolica
si erano infranti i suoi sogni. Avrebbe voluto piccole cose, certamente alla
sua portata, perfettamente realizzabili. Andare ogni tanto a teatro, all’opera.
Andare a Vienna per il concerto di capodanno. Andare a vedere le città d’arte.
Essere valorizzata come pittrice e come scrittrice.
Ma questi sogni non potevano essere
realizzati per colpa di Bacci.
“Come faccio ad andare via, Bacci non
vuole viaggiare, non gli piace il teatro, non gliene frega niente dell’arte, è
un uomo senza interessi…”
“Vai da sola allora, o con noi, o con le
tue sorelle” gli dicevano le figlie.
“E figuriamoci, come faccio a lasciare
solo vostro padre, non si porta nemmeno dietro le chiavi di casa, e nemmeno
l’orologio, è un inetto!”
“Ma papà è in pensione, verrà a mangiare
da noi, non preoccuparti…”
Ma lei era irremovibile, gli ostacoli
erano insormontabili e Bacci era la sua palla al piede, da lì non si schiodava.
Bacci in realtà non era nemmeno al
corrente dei desideri di sua moglie. E se è vero che erano desideri che non gli
corrispondevano affatto, certamente non le avrebbe impedito di realizzarli se
lei si fosse mostrata decisa. Era un uomo che per il quieto vivere era disposto
a vendere l’orgoglio, anzi a regalarlo, uno che si faceva subito piccolo con
chi alzava la voce. Letizia lo sapeva, ma la voce la alzava, e assai spesso, ma
non per perorare le sue cause, ma per umiliarlo e rimproverargli quel che non
era.
Mai aveva avuto l’umiltà di chiedergli
qualcosa. Dava per scontato che lui gliela avrebbe negata.
Mai aveva investito su se stessa. Brava
pittrice dilettante, non aveva voluto nemmeno prendere in considerazione l’idea
di seguire qualche corso di pittura, con la scusa assolutamente insostenibile
di non avere tempo, restando così ad un livello amatoriale e negandosi la
possibilità di esporre e farsi conoscere.
Avrebbe avuto il tempo e il denaro per
realizzare quei suoi modesti sogni, avrebbe avuto persone che l’avrebbero
sostenuta e appoggiata e con le quali condividere quelle esperienze, ma non le
aveva mai prese in considerazione, restandosene orgogliosamente arroccata nelle
sua torre dalla quale poteva lanciare strali verso tutti, anziché farseli amici
e complici di avventure.
Piangeva, quando non inveiva Letizia
piangeva, lamentando la totale incomprensione del marito, delle figlie e del
resto del mondo, senza mai sospettare che tale incomprensione era la barriera
che lei aveva messo tra sé e gli altri.
Aveva sempre dichiarato che in casa i
pantaloni li portava lei, ed era vero, lei aveva dato uno status sociale alla
famiglia, aveva gestito il benessere economico mettendo su un’impresa
commerciale partendo da zero. Ma non era riuscita ad uscire dallo schema di
moglie vittima sacrificale della famiglia. Un conto è il potere esercitato per
lavorare e portare benessere alla famiglia, un altro conto è il potere di
scegliere una propria anche piccola soddisfazione non condivisa dal marito,
come andare all’opera.
Tutte le sue scelte erano state in
funzione di un ruolo dal quale non riusciva ad uscire nemmeno di un centimetro:
la moglie e madre generosa, vittima, che fa tutto per la famiglia e nulla per
se stessa, salvo poi rinfacciare tale abnegazione agli involontari fruitori di
quei sacrifici.
Bacci era il nemico. Bacci che non le
aveva in realtà mai impedito nulla, che per proteggere il suo egoismo e
menefreghismo non le si era mai opposto, Bacci era la causa della sua
solitudine, della sua tristezza, della sua frustrazione. Bacci le faceva salire
la pressione. Bacci le aveva tolto alla fine la voglia di vivere. Bacci aveva
scatenato quella reazione a catena di malanni che ad una certa età, sommandosi,
alla fine ci tolgono il respiro vitale. Bacci l’aveva assassinata.
Cresciuta in quella cultura
prefemminista, in cui la donna si vedeva solo attraverso gli occhi del maschio,
viveva in funzione del maschio, valeva solo in quanto compagna di un maschio,
aveva creduto di essere libera, di avere lei il potere familiare, di essere una
matriarca, ma era stata solamente la propaggine di un uomo di scarso valore,
ancorata al suo modello insulso e gretto.
Aveva sprecato le sue straordinarie
capacità, i suoi palpiti, la sua vitalità, la sua fantasia, i suoi sogni,
mettendo radici in un terreno sterile e arido, e suicidandosi infine nel veleno
della sua amarezza, senza nemmeno essersi resa conto di aver lasciato i suoi
tesori in eredità a due figlie femmine.

Brava Lucia sei veramente brava hai una proprietà di linguaggio hai la capacità di mettere bene insieme le cose e all'inizio hai messo in fila una riga di aggettivi che per scovarli io devo faticare parecchio comunque ancora brava
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