SALENTO MON AMOUR


di Lucia Vignolo


SABATO SERA
Sophie, l’amica francese, quasi italiana, che a Genova c’è già stata più anni di quanti ne abbia trascorsi in Francia.
La casa di Sophie, scaffali pieni di libri in soggiorno e scaffali pieni di scarpe in corridoio, centottanta paia, conservate in una teoria di scatole diseguali catalogate da etichette che ne riportano il tipo e il colore; sandalo rosso, stivaletto marrone…
La cucina di Sophie, mobili neri e terracotte bianche,  dove lei cucina le crepes e la onion soup, un filo rosso con la sua terra natia.
Sabato da Sophie, a pranzo e a cena, che c’è tanto da raccontare, di lavoro, di viaggi, di cultura, di amori passati e sognati.
Lo squillo del campanello della casa di Sophie, alle ventuno in punto, mentre il caffè d’orzo è appena stato versato nelle chicchere decorate da una coccinella rossa e nera, a concludere la cena “dietetica”.
“Aspetti qualcuno?” chiede Valeria, il cucchiaino a mezzaria che ancora non si è tuffato nella tazzina.
“Sì, è Andreas, avevo dimenticato di dirtelo, ma sta tranquilla, gli avevo preannunciato che ci sarebbe stata un’amica.”
Il sorriso malandrino di Sophie, mentre si alza con gesti misurati spostando la sedia senza far rumore.
“E’ un mio cliente, un professore di economia qui alla UniGe… mi informa Sophie avviandosi alla porta.
“Francese come me, in Italia da otto anni. Gli ho già fatto diverse traduzioni. In realtà parla bene l’italiano, ma sai, scriverlo è un’altra faccenda.”
Il clic della porta della casa di Sophie che si chiude dietro le erre mosce dei due francesi che si scambiano i saluti. Passi felpati e voci sommesse si avvicinano alla cucina.  Nella casa di Sophie è entrata la Francia nella sua versione maschile più affascinante, eleganza sartoriale tutta italiana e Vacheron Constantin al polso, brezza della rive gauche nell’aria.
Nella cucina di Sophie, così essenziale nella semplicità del bianco e del nero, Valeria è inserita tono su tono, col suo abitino in maglia grigio perla lungo fin quasi alla caviglia, il collo ampio ad anello che scende sulla spalla destra, le scarpe nere e basse, e i capelli chiari raccolti in uno chignon come la indimenticabile Princesse Grace, senza un filo di trucco e con un sorriso stupefatto.
Anche Andreas sorride di un sorriso sorpreso, come se la donna seduta al tavolo fosse un desiderio inaspettatamente realizzato.
Compare un’altra tazza bianca con la coccinella, e si riempie di caffè d’orzo.  Gli occhi di Valeria seguono il movimento elegante della mano di Andreas, le orecchie di Valeria seguono la voce leggermente roca di Andreas.
Valeria sente su di se gli occhi di Andreas che seguono la sua bocca senza rossetto mentre si produce nei convenevoli di rito.
E’ quasi la mezzanotte quando la porta della casa di Sophie si richiude dietro Valeria e Andreas, ed è quasi l’una quando la portiera del Mercedes di Andreas si chiude dietro Valeria, davanti al portone di casa sua.
“Aspetta un attimo” … il finestrino si abbassa e lui si sporge un poco. “Posso lasciarti il mio numero di telefono?”  Valeria afferra il biglietto da visita che lui le porge e fugge come Cenerentola, come se la magia potesse finire di lì a poco.  Nell’ascensore prende il cellulare e compone il numero di Andreas per inviare un messaggio. “Buonanotte”.

MERCOLEDI’ MATTINA
Il Salento, Marina Serra, la scogliera che intaglia la costa di anfratti e lagune.  Andreas la tiene per mano, stringendole leggermente le dita, lei ne percepisce il calore morbido.  Il cielo è un po’ imbronciato e sembra indeciso se aprire il velo delle nubi e rivelare il sole o se umiliare quel primo giorno di maggio con qualche breve piovasco.  Ci facciamo una foto, o anche due, una la faccio a te, una la fai a me, una ce la facciamo insieme, i volti vicini, gli occhi negli occhi, le labbra incerte se baciare o sorridere.
Andreas indossa pantaloni bianchi e una camicia grigio chiaro, le maniche arrotolate. Si siede su uno scoglio e lei scatta la foto. Si avvicina, guarda come sei rimasto bene, lui le afferra il lembo della lunga gonna e la attira a se. Seduti accanto l’uno all’altra, di fronte a quell’orizzonte confuso di mare e di cielo, in silenzio ripercorrono con la memoria  la recente alchimia del loro incontro, quella prima passeggiata il lunedì mattina, lui che raccontava del suo recente viaggio a Singapore, lei che raccontava del suo recente viaggio in Salento, non ci sono mai stato in Salento aveva detto Andreas, e la folle decisione di partire quella sera stessa, ci sono ancora posti sul bus, via a casa di corsa a preparare la valigia.
In mattinata erano a Lecce, nella fascinosa stanza di un hotel ricavato da un antico palazzo del centro storico.  La tensione della lunga notte trascorsa sull’autobus, così vicini e avidi di carezze impossibili, si era sciolta in una danza erotica complicata e paziente, una geografia minuziosa dei corpi che rivelavano  i loro anfratti.
Dopo pranzo avevano girato la città, sedendosi ogni tanto ai tavolini dei bar disposti con ordine sulle piazze del centro storico, e da cui si potevano ammirare le facciate del barocco leccese. Si erano ritirati presto dopo cena, desiderosi di scendere al fondo di quell’attrazione che all’istante li aveva rapiti.
La mattina successiva, rifatte velocemente le valige, erano partiti per la costa.
“La malva è cresciuta…” osserva Valeria.
“Cresciuta?”
“Sì, guarda com’è alta, l’ultima volta che l’ho vista era piccola “.
Il sorriso di Valeria ora è velato, come il cielo.
Marina Serra. Una grintosa Renoult Captur azzurra, noleggiata ieri al Lecce rent, è parcheggiata esattamente nello stesso posto della vecchia station vagon con la quale un altro uomo la portava qui tutte le mattine, un uomo che non portava i pantaloni bianchi, e che non la prendeva per mano. Un uomo che le stringeva il cuore.

SEI MESI PRIMA
Il Salento, una stanza affacciata su di un vicolo, centro storico di Tricase, chiese antiche lì attorno, ai bordi di ampie piazze.
Valeria è qui per la prima volta. Davide non ce l’aveva mai portata in Salento, quando scendeva giù a trovare la famiglia. “Mia madre non capirebbe, lei ancora telefona alla mia ex moglie…” 
Acqua passata. Ormai erano trascorsi cinque anni da quando si erano lasciati lei e Davide, dopo l’ultimo dei numerosi tradimenti di lui.
Cinque anni di metamorfosi; Valeria era precipitata nell’abisso e aveva dovuto ripensare se stessa per ricominciare a vivere.  Cinque anni nei quali comunque ogni singolo giorno il suo primo pensiero al risveglio e il suo ultimo pensiero prima del sonno era Davide. Davide il falso, il bugiardo  che l’aveva umiliata, più ancora che col tradimento sessuale, con la volgare menzogna. Davide che non aveva mai avuto il coraggio di metterci la faccia, di ammettere i tradimenti, fino a negare l’evidenza, abdicando alla sua lealtà, sporcandosi col fango del disonore.
Eppure lei lo amava, quell’uomo che non era capace di amare, quell’uomo che inseguiva la scia dell’attrazione per espugnare cuori di donzelle che perdevano poi ai suoi occhi il loro fascino appena si innamoravano di lui, e che lui puntualmente abbandonava per inseguire un’altra conquista.
Forse Davide non aveva mai amato neanche lei.
C’erano stati molti altri uomini alla porta di Valeria, in quegli anni, ma per la maggior parte lei li aveva lasciati fuori dalla sua casa e dalla sua vita.
Valeria si era interrogata su quella sua perversione, di amare ancora un uomo che molto le aveva sottratto e poco le aveva offerto se non il suo cuore, un cuore che si era rivelato però incostante e infido;  si era domandata il perché di quella catena che la teneva legata a lui dopo tanto tempo e tanto dolore. Lo psicoterapeuta che l’aveva seguita in quel periodo buio dopo l’abbandono aveva suggerito l’ipotesi del conflitto irrisolto col padre, un uomo anafettivo ed egoista, che non aveva mai manifestato alcun interesse per la figlia, e aveva sempre ridotto la comunicazione con lei allo strettissimo necessario.  Un padre che pur fisicamente presente l’aveva abbandonata fin da subito.  “Davide ti ha abbandonata, l’uomo che amavi ti ha abbandonata, tuo padre che amavi ti ha abbandonata. E’ il tuo clichè.  L’inconscio ha sovrapposto queste due figure. Per questo non ti rassegni all’abbandono di Davide, non ci si rassegna all’abbandono del padre. Ami Davide nonostante tutto, perché si ama un genitore nonostante tutto.  O meglio… si è legati al genitore nonostante tutto. Diciamo che il tuo inconscio usa la figura di Davide come oggetto di riscatto dell’amore paterno.”
Cinque anni non erano bastati a far ragionare il suo inconscio. Forse avrebbe dovuto rimettere mano a quella relazione. Venirne a capo. Davide l’aveva lasciata fuggendo da lei; dopo la separazione non le aveva più risposto al telefono e non si era più fatto vedere né sentire.  Qualche tempo dopo si era trasferito in Salento, mettendo pure mille chilometri tra di loro. Non sapeva però se lui nel frattempo aveva costruita un’altra relazione. Magari aveva una compagna, magari vivevano assieme…
Per quelle strane coincidenze che non sappiamo mai quanto siano casuali o quanto appartengano ad un destino predeterminato, un giorno Davide l’aveva chiamata al telefono.   “Sai… anche se in questi anni non ti ho mai chiamata… non credere che non ti abbia mai pensata… “ aveva buttato lì in risposta ai suoi balbettanti convenevoli sul come va cosa fai come stai. Lei aveva colto la palla al balzo: “Mi piacerebbe venire a trovarti, tanto approfitto per visitare il Salento; avevo appunto deciso di venire lì per una vacanza fra qualche settimana.”
Il Salento, una stanza affacciata su di un vicolo, centro storico di Tricase, chiese antiche lì attorno, ai bordi di ampie piazze.
Adesso è qui, seduta sul letto, Davide seduto sul piccolo divano lì accanto. Si erano incontrati nel primo pomeriggio in un bar di Tricase Porto affacciato sulla scogliera, quasi come certi bar della sua Liguria a cui le mareggiate a volte inzuppano le tovagliette. Era stato tutto così semplice, come riallacciare il filo di un discorso lasciato per caso interrotto pochi giorni prima. Avevano trascorso il pomeriggio assieme, poi a cena in un localino lì a Tricase, poi l’aveva accompagnata al B&B. Lei aveva intuito che avrebbe desiderato entrare, altrimenti non avrebbe parcheggiato l’auto proprio lì davanti, chiudendo a chiave la portiera.
Davide adesso è lì nella stessa stanza con lei, non più mille chilometri tra loro ma un paio di metri.  Lui sta cercando di accorciare anche quei due metri. Ad un certo punto si alza dal divanetto e si mette sul letto di fronte a lei, copiandone la posa semisdraiata sul gomito.  Cerca il contatto fisico, la sua mano ogni tanto si allunga repentinamente a tirarle una ciocca, a darle un buffetto sul naso.
Le chiacchiere si fanno più intime; ora si raccontano i loro percorsi sentimentali in quei cinque anni. Ci sono state altre donne, le dice, un paio di relazioni, ma non erano veri amori. “Alla fine le ho lasciate io”… “Perché le hai lasciate?”  “Non le amavo, appunto, che senso aveva continuare?”
Adesso è solo. “Non c’è nessuna donna in questo momento, nemmeno qualcuna all’orizzonte. Questo non significa che resterò solo tutta la vita,  spero… immagino possa esserci una donna nel mio futuro… magari potrei ricominciare una relazione con te…” Valeria ha un lieve sobbalzo che lui percepisce, “o innamorarmi di qualcuna che ancora non conosco…” si affretta a concludere per rimediare.
“Una relazione con me… bisognerebbe prima capire certe cose” aggiunge comunque Valeria.  “Certo… è ovvio” replica lui che non ha capito cosa lei intenda e quindi non c’è nulla di ovvio.
Gli sguardi si cercano e si rifuggono e si ricercano. La tensione erotica si taglia a fette.
E’ ormai tarda notte quando si gettano tra le braccia l’uno dell’altro. L’amplesso è timido, un pallido simulacro di quello che accadeva tra loro quando stavano assieme. La distanza non si è azzerata, quei cinque anni ancora sono lì tra loro, con le bugie, con le sguaiatezze con le quali lui aveva preso le distanze da lei, rintuzzandola in un limbo di smemoranda per fare spazio a un nuovo amore che si era configurato al suo orizzonte, con la scomposta reazione di lei che non riusciva a credere a quel che lui era diventato… o era sempre stato, senza che lei volesse vederlo.

ANCORA MERCOLEDI’
Il Salento, Marina Serra. Una grintosa Renoult Captur azzurra, noleggiata ieri al Lecce rent, è parcheggiata esattamente nello stesso posto della vecchia station vagon…. Valeria sale sulla Renoult regalando un sorriso di gratitudine ad Andreas che le tiene aperta la portiera come si addice ad un gentiluomo. Non c’è donna che non apprezzi questa piccola galanteria.
“E’ ora di pranzo, dove ce ne andiamo a mangiare qualcosa?”
“Andiamo a Leuca, è un posto magico, tra mezz’ora saremo là” risponde Valeria, sommersa dal ricordo del vento straziante di quel giorno con Davide, che li aveva spinti a rifugiarsi da Martinucci a sorseggiare una tisana calda. E vai col ”mi ritorni in mente”…
Era rimasta in Salento una settimana, e tutti i giorni si erano visti, e tutte le notti avevano dormito assieme. Senza più parlare di loro due. Senza fare progetti.  “Presto verrò a Genova per qualche giorno, mi inviterai a cena vero?” le aveva detto Davide al momento del commiato.
Davide era tornato a Genova un paio di volte, si erano visti, avevano fatto l’amore, e la passione degli amplessi era salita di livello. Ma qualcosa di trattenuto restava, un timore di lasciarsi andare, di ricascare nelle catene del cuore che li aveva tenuti assieme comunque per quasi dieci anni, a dispetto di tutto.
Poi lei era tornata in Salento, questa volte ospite a casa sua. Avevano dormito assieme, abbracciati, chiacchierato fino a quando il sonno non li vinceva, e avevano fatto l’amore. Ma qualcosa era cambiato. Valeria aveva percepito di nuovo l’odore del tradimento, lui stava seguendo le tracce di qualcuna.  “Perché non me lo dici chiaramente? Non sono più la tua compagna, e nemmeno la tua fidanzata, né lo sarò mai più. Non lo sopporterei, ormai. Posso essere solo la tua amante ma in regime di reciproca libertà, come ti ho detto appena arrivata. Non hai motivo per i sotterfugi e la menzogna. Tra un paio di giorni tornerò a casa e potrai infilare un’altra nel tuo letto. O meglio, infilarti tu nel letto di un’altra, che è meno impegnativo no?” Alla fine aveva confessato.
Nondimeno, dopo il suo rientro, lui aveva continuato a telefonarle spesso, la sera tardi, lunghe telefonate come ai vecchi tempi quando stavano assieme e lui periodicamente si recava dalla madre. E a proposito della nuova fiamma aveva dichiarato, naturalmente, che non era amore, solo amicizia, amicizia di letto. “Non c’è nessuna fidanzata, stanne certa” le ripeteva per rassicurarla di una specie di fedeltà sentimentale che non era stata richiesta.
Così su queste memorie vagano i suoi pensieri, mentre l’auto scivola silenziosa sulla strada che attraversa la campagna, come una ferita aperta in un tessuto di ulivi malati e sofferenti.
A Leuca oggi il tempo è incerto, il sole gioca a nascondino, ma il vento è clemente.  Pranzano all’Hosteria del Pardo, sotto la tettoia in mezzo al verde.  I ricordi dolceamari sfumano nella voce roca di Andreas, nelle sue vocali chiuse che suggeriscono soffici pensieri. Le mani si sfiorano, e c’è tenerezza in quel contatto, c’è timore e c’è eros, c’è cautela e c’è desiderio.  Hanno un passato, lei e Andreas, come accade quando si ha una certa età, e la vita ha lasciato segni. Quando lungamente abbiamo dovuto leccarci le ferite.  Valeria lo guarda di sottecchi, ne soppesa i gesti eleganti che svelano origini aristocratiche di una signorilità di antica data.  Andreas è figlio di un magistrato, nipote di un ambasciatore. La classe non è acqua, ma può essere uno “Squinzano rosato DOC, nella versione giovanile, adatta al piatto di mare che avete ordinato”, li consiglia il cameriere. Vada per lo Squinzano, il cameriere arriva poco dopo con la bottiglia, la apre con stile impeccabile da sommelier, ne versa un poco nel bicchiere di Andreas per l’assaggio. Lui beve un sorso, sorride al cameriere, potrebbe versarne un assaggio anche alla signora? sentiamo se anche lei gradisce… guarda Valeria, bevendosi il gesto di lei che scosta i capelli mentre porta il bicchiere alle labbra.  Momenti di perfezione si edificano su remote imperfezioni che ancora bruciano nei visceri, quando una tisana non aveva bisogno di denominazioni di origine controllata.

MERCOLEDI’ SERA
Via Nizza,  secondo piano, un piccolo spazio con una grande terrazza che si apre sulla città e sul mare. La casa di Andreas, spartana di semplicità, il lusso si indovina da qualche particolare. Una scultura in metallo posata su un capitello rappresenta due magre figure allacciate in un abbraccio disperato; su una parete  un enorme quadro antico descrive una battaglia navale, sullo sfondo a sinistra un castello turrito e il cielo che si perde tra le colline sfumate di nebbia, a destra il gorgogliare dei flutti che inclinano i velieri. “Ti piace? Lo acquistai ad un’asta proprio quando mi trasferii qui a Genova, otto anni fa.”
Sì, mi piace Andreas, mi piace la tua casa minimale e ordinata, uno spazio su cui plasmarsi, su cui inventare una presenza , creare un’interferenza. Valeria si accomoda sulla poltroncina. Non ci sono divani in questo living aperto al sole, solo sedie e piccole poltrone su cui ci si accoccola senza affondare, senza che le membra si spargano disordinate, senza che la schiena si inarchi in una curva solo apparentemente rilassata.
La cucina di Andreas, separata dal soggiorno da una mezza parete all’altezza delle spalle, mobili bianchi e grigi, un frigorifero arancione in posizione strategica, un mazzo di rose bianche sul tavolo. Sono state messe lì in previsione dell’arrivo di Valeria.  E’ la prima volta che va a casa sua. Dopo il Salento si sono presi un paio di giorni di stacco, solo qualche breve telefonata, dovevano riemergere dall’onda che li aveva travolti.  Ora sono tornati nella routine quotidiana, la casa di Andreas, la casa di Valeria, la vita di Andreas, la vita di Valeria, e devono vedere cosa resta. Intanto cenano assieme. Chiacchierano di tante cose. Come per accelerare la conoscenza reciproca. Complice il bicchiere di vino, dopo un po’ si ritrovano abbracciati su una poltrona, una in braccio all’altro, e scivolano sul tappeto a far l’amore.
“Vuoi fermarti a dormire qui?”  Valeria indugia un attimo, è tutto così caldo e morbido e scorrevole e tranquillo e accogliente e quasi familiare… sarebbe bello chiudere gli occhi e addormentarsi, così abbracciati, e terminare in sogno la fiaba iniziata.
“No, scusami, ma preferirei tornare a casa….”
Andreas si alza come un gatto, indossa la tuta e le scarpe. L’aiuta a rivestirsi a sua volta. L’aria è fresca in questo otto maggio bizzarro. L’automobile parte dolcemente, senza scatti, come mossa da un nastro rotante.  Valeria è quasi pentita di non essere restata. Guarda Andreas di sottecchi, affascinata dalle sue mani che si muovono senza nervosismo, mani gentili, e avrebbe voglia di quelle mani su di lei, di rifare l’amore ancora, lì, adesso, sull’automobile. Ma forse è meglio così, non consumare la fiamma, attendere renderà più intenso il piacere del prossimo incontro. Ci vuole poco ad arrivare alla casa di Valeria, è passata la mezzanotte e le strade genovesi a quell’ora godono di una viabilità scorrevole impensabile durante il giorno.
La casa di Valeria, così spoglia da rasentare la povertà, una precisa scelta di vita. La stanza di Valeria, i suoi pensieri dentro la stanza, le parole lette, le parole scritte, le parole dette, tutte si muovono in quella stanza, e raccontano storie, le molteplici storie che si sono intrecciate alla sua vita.  Apre la porta di casa e le parole la accolgono come figlioli che accolgono la madre, la accompagnano in bagno, e poi in cucina, e poi in camera. Spazi contigui, quasi senza soluzione di continuità, dove ogni attimo di vita trova una sua collocazione.
Poco dopo Valeria è nel suo letto, la sua tisana sul comodino, la sua musica rilassante, il cellulare sotto carica, la luce fioca della lampadina velata. Non ha sonno ma non ha voglia di leggere, di vedere films, nemmeno di pensare. Solo lasciar placare le emozioni, lasciar fluire i ricordi. Chissà se Davide ha chiamato? Guarda il cellulare. Nessuna chiamata. Magari anche lui ha cenato con una donna, e ha amoreggiato con lei sul tappeto di una casa non sua.  E chissà se anche lui sta pensando a lei?
Ma perché Davide dovrebbe pensarla? Lei è solo una che un tempo ha rincorso, ha conquistato, e poi ha gettato via. L’obiettivo era stato raggiunto, lei lo amava,  e lo scopo esaurito, non serviva più. Non era certo per il suo fascino che Valeria se n’era innamorata, ma per una sua forza d’animo, un’energia vitale straordinaria, che suggerivano lealtà e onestà. Quando si era accorta della pochezza sentimentale, e della falsità, era già toppo tardi, una donna che ama, ama e basta.  Davide non conosce l’amore. Non è mai stato travolto da quell’onda anomala che ti rapisce contro la tua volontà, ma ti porta nel luogo sacro, sconosciuto a molti, dove nasce l’albero che nessun fulmine abbatterà. Davide conosce l’attrazione, al più l’innamoramento, ma non ha preso l’onda, come un surfista maldestro. E’ un uomo tormentato. L’inquietudine gli si legge nei gesti concitati e inconsulti, nel movimento degli occhi sfuggenti, nella composizione delle frasi, nella scelta delle parole, nell’incapacità di fermarsi, nel non avere mai tempo di… nella ricerca compulsiva di un se stesso che gli sfugge. Non vede le donne, vede sempre e solo se stesso riflesso nelle donne, donne oggetto non soggetto, totalmente disinteressato alla loro interiorità. Cerca disperatamente di innamorarsi ma persegue l’obiettivo sbagliato, quello di far innamorare. Un obiettivo che poi, raggiunto, non gli interessa più. Ciao, credevo fosse amore invece era un calesse, avanti un’altra, il mondo è pieno di donne. Chissà magari anche di uomini, si può provare.
Valeria gli aveva proposto un approccio, gli aveva teso un salvagente. Una relazione libera, privata del ricatto delle promesse, della fedeltà sessuale. Un sentimento da coltivare al di là dei limiti del tempo e dello spazio, qualcosa di privilegiato che li avrebbe accompagnati negli anni, e su cui sempre avrebbero potuto contare. Un rapporto che avrebbe dovuto basarsi non sulla fedeltà ma sulla fiducia, sulla sincerità, sulla costanza anche. Ma lui non era stato capace di coglierlo, o forse non gliene importava nulla. Lo aveva immediatamente sporcato, sul nascere, con la falsità.  Un rapporto così può arrivare solo dall’amore. Ma Davide insegue la conquista, come un adolescente, accontentandosi di relazioni miserevoli.La casa di Valeria, la stanza di Valeria, le parole di Valeria, le narrazioni di Valeria. Davide è una delle narrazioni di Valeria, ma Valeria non sarà mai una narrazione di Davide.
Davide non ha vere storie da raccontare, perché a nessuna donna che lo abbia amato ha mai attribuito sufficiente importanza per poterne narrare. La polvere si è depositata su di loro. Per Davide sono importanti solo le donne che non lo amano, che sfidano il suo smisurato narcisismo restando indifferenti alle sue profferte. Così può sempre sognare che in quelle donne ci sia il vero amore. E può giocare ad inseguirlo. Davide non potrà raccontare mai più una storia, perché non ha compreso una cosa fondamentale: certi treni passano una volta sola, specie nelle piccole stazioni.
Le parole di Valeria, i racconti di Valeria, le narrazioni di Valeria, la stanza di Valeria colma di narrazioni, la casa di Valeria che racconta le storie.
E poi gli uomini di Valeria, quelli che l’hanno amata, quelli che ha amato, quelli che la ricordano, quelli che lei narra, e quelli che l’ameranno domani.  Afferra il cellulare e invia un messaggio.
Buonanotte amore, au revoir.


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