SALENTO MON AMOUR
di Lucia Vignolo
SABATO SERA
Sophie,
l’amica francese, quasi italiana, che a Genova c’è già stata più anni di quanti
ne abbia trascorsi in Francia.
La casa di
Sophie, scaffali pieni di libri in soggiorno e scaffali pieni di scarpe in corridoio,
centottanta paia, conservate in una teoria di scatole diseguali catalogate da
etichette che ne riportano il tipo e il colore; sandalo rosso, stivaletto
marrone…
La cucina
di Sophie, mobili neri e terracotte bianche, dove lei cucina le
crepes e la onion soup, un filo rosso con la sua terra natia.
Sabato da
Sophie, a pranzo e a cena, che c’è tanto da raccontare, di lavoro, di viaggi,
di cultura, di amori passati e sognati.
Lo squillo
del campanello della casa di Sophie, alle ventuno in punto, mentre il caffè
d’orzo è appena stato versato nelle chicchere decorate da una coccinella rossa
e nera, a concludere la cena “dietetica”.
“Aspetti
qualcuno?” chiede Valeria, il cucchiaino a mezzaria che ancora non si è tuffato
nella tazzina.
“Sì, è
Andreas, avevo dimenticato di dirtelo, ma sta tranquilla, gli avevo
preannunciato che ci sarebbe stata un’amica.”
Il sorriso
malandrino di Sophie, mentre si alza con gesti misurati spostando la sedia
senza far rumore.
“E’ un mio
cliente, un professore di economia qui alla UniGe… mi informa Sophie avviandosi
alla porta.
“Francese
come me, in Italia da otto anni. Gli ho già fatto diverse traduzioni. In realtà
parla bene l’italiano, ma sai, scriverlo è un’altra faccenda.”
Il clic
della porta della casa di Sophie che si chiude dietro le erre mosce dei due
francesi che si scambiano i saluti. Passi felpati e voci sommesse si avvicinano
alla cucina. Nella casa di Sophie è entrata la Francia nella sua
versione maschile più affascinante, eleganza sartoriale tutta italiana e Vacheron
Constantin al polso, brezza della rive gauche nell’aria.
Nella
cucina di Sophie, così essenziale nella semplicità del bianco e del nero,
Valeria è inserita tono su tono, col suo abitino in maglia grigio perla lungo
fin quasi alla caviglia, il collo ampio ad anello che scende sulla spalla
destra, le scarpe nere e basse, e i capelli chiari raccolti in uno chignon come
la indimenticabile Princesse Grace, senza un filo di trucco e con un sorriso
stupefatto.
Anche
Andreas sorride di un sorriso sorpreso, come se la donna seduta al tavolo fosse
un desiderio inaspettatamente realizzato.
Compare
un’altra tazza bianca con la coccinella, e si riempie di caffè
d’orzo. Gli occhi di Valeria seguono il movimento elegante della
mano di Andreas, le orecchie di Valeria seguono la voce leggermente roca di
Andreas.
Valeria
sente su di se gli occhi di Andreas che seguono la sua bocca senza rossetto
mentre si produce nei convenevoli di rito.
E’ quasi la
mezzanotte quando la porta della casa di Sophie si richiude dietro Valeria e
Andreas, ed è quasi l’una quando la portiera del Mercedes di Andreas si chiude
dietro Valeria, davanti al portone di casa sua.
“Aspetta un
attimo” … il finestrino si abbassa e lui si sporge un poco. “Posso lasciarti il
mio numero di telefono?” Valeria afferra il biglietto da visita che
lui le porge e fugge come Cenerentola, come se la magia potesse finire di lì a
poco. Nell’ascensore prende il cellulare e compone il numero di
Andreas per inviare un messaggio. “Buonanotte”.
MERCOLEDI’
MATTINA
Il Salento,
Marina Serra, la scogliera che intaglia la costa di anfratti e
lagune. Andreas la tiene per mano, stringendole leggermente le dita,
lei ne percepisce il calore morbido. Il cielo è un po’ imbronciato e
sembra indeciso se aprire il velo delle nubi e rivelare il sole o se umiliare
quel primo giorno di maggio con qualche breve piovasco. Ci facciamo
una foto, o anche due, una la faccio a te, una la fai a me, una ce la facciamo
insieme, i volti vicini, gli occhi negli occhi, le labbra incerte se baciare o
sorridere.
Andreas
indossa pantaloni bianchi e una camicia grigio chiaro, le maniche arrotolate.
Si siede su uno scoglio e lei scatta la foto. Si avvicina, guarda come sei
rimasto bene, lui le afferra il lembo della lunga gonna e la attira a se.
Seduti accanto l’uno all’altra, di fronte a quell’orizzonte confuso di mare e
di cielo, in silenzio ripercorrono con la memoria la recente
alchimia del loro incontro, quella prima passeggiata il lunedì mattina, lui che
raccontava del suo recente viaggio a Singapore, lei che raccontava del suo
recente viaggio in Salento, non ci sono mai stato in Salento aveva detto
Andreas, e la folle decisione di partire quella sera stessa, ci sono ancora
posti sul bus, via a casa di corsa a preparare la valigia.
In
mattinata erano a Lecce, nella fascinosa stanza di un hotel ricavato da un
antico palazzo del centro storico. La tensione della lunga notte
trascorsa sull’autobus, così vicini e avidi di carezze impossibili, si era
sciolta in una danza erotica complicata e paziente, una geografia minuziosa dei
corpi che rivelavano i loro anfratti.
Dopo pranzo
avevano girato la città, sedendosi ogni tanto ai tavolini dei bar disposti con
ordine sulle piazze del centro storico, e da cui si potevano ammirare le
facciate del barocco leccese. Si erano ritirati presto dopo cena, desiderosi di
scendere al fondo di quell’attrazione che all’istante li aveva rapiti.
La mattina
successiva, rifatte velocemente le valige, erano partiti per la costa.
“La malva è
cresciuta…” osserva Valeria.
“Cresciuta?”
“Sì, guarda
com’è alta, l’ultima volta che l’ho vista era piccola “.
Il sorriso
di Valeria ora è velato, come il cielo.
Marina
Serra. Una grintosa Renoult Captur azzurra, noleggiata ieri al Lecce rent, è
parcheggiata esattamente nello stesso posto della vecchia station vagon con la
quale un altro uomo la portava qui tutte le mattine, un uomo che non portava i
pantaloni bianchi, e che non la prendeva per mano. Un uomo che le stringeva il
cuore.
SEI MESI
PRIMA
Il Salento,
una stanza affacciata su di un vicolo, centro storico di Tricase, chiese
antiche lì attorno, ai bordi di ampie piazze.
Valeria è
qui per la prima volta. Davide non ce l’aveva mai portata in Salento, quando
scendeva giù a trovare la famiglia. “Mia madre non capirebbe, lei ancora telefona
alla mia ex moglie…”
Acqua
passata. Ormai erano trascorsi cinque anni da quando si erano lasciati lei e
Davide, dopo l’ultimo dei numerosi tradimenti di lui.
Cinque anni
di metamorfosi; Valeria era precipitata nell’abisso e aveva dovuto ripensare se
stessa per ricominciare a vivere. Cinque anni nei quali comunque
ogni singolo giorno il suo primo pensiero al risveglio e il suo ultimo pensiero
prima del sonno era Davide. Davide il falso, il bugiardo che l’aveva
umiliata, più ancora che col tradimento sessuale, con la volgare menzogna.
Davide che non aveva mai avuto il coraggio di metterci la faccia, di ammettere
i tradimenti, fino a negare l’evidenza, abdicando alla sua lealtà, sporcandosi
col fango del disonore.
Eppure lei
lo amava, quell’uomo che non era capace di amare, quell’uomo che inseguiva la
scia dell’attrazione per espugnare cuori di donzelle che perdevano poi ai suoi
occhi il loro fascino appena si innamoravano di lui, e che lui puntualmente
abbandonava per inseguire un’altra conquista.
Forse
Davide non aveva mai amato neanche lei.
C’erano
stati molti altri uomini alla porta di Valeria, in quegli anni, ma per la
maggior parte lei li aveva lasciati fuori dalla sua casa e dalla sua vita.
Valeria si
era interrogata su quella sua perversione, di amare ancora un uomo che molto le
aveva sottratto e poco le aveva offerto se non il suo cuore, un cuore che si
era rivelato però incostante e infido; si era domandata il perché di
quella catena che la teneva legata a lui dopo tanto tempo e tanto dolore. Lo
psicoterapeuta che l’aveva seguita in quel periodo buio dopo l’abbandono aveva
suggerito l’ipotesi del conflitto irrisolto col padre, un uomo anafettivo ed
egoista, che non aveva mai manifestato alcun interesse per la figlia, e aveva
sempre ridotto la comunicazione con lei allo strettissimo
necessario. Un padre che pur fisicamente presente l’aveva
abbandonata fin da subito. “Davide ti ha abbandonata, l’uomo che
amavi ti ha abbandonata, tuo padre che amavi ti ha abbandonata. E’ il tuo
clichè. L’inconscio ha sovrapposto queste due figure. Per questo non
ti rassegni all’abbandono di Davide, non ci si rassegna all’abbandono del
padre. Ami Davide nonostante tutto, perché si ama un genitore nonostante
tutto. O meglio… si è legati al genitore nonostante tutto. Diciamo
che il tuo inconscio usa la figura di Davide come oggetto di riscatto
dell’amore paterno.”
Cinque anni
non erano bastati a far ragionare il suo inconscio. Forse avrebbe dovuto
rimettere mano a quella relazione. Venirne a capo. Davide l’aveva lasciata
fuggendo da lei; dopo la separazione non le aveva più risposto al telefono e
non si era più fatto vedere né sentire. Qualche tempo dopo si era
trasferito in Salento, mettendo pure mille chilometri tra di loro. Non sapeva
però se lui nel frattempo aveva costruita un’altra relazione. Magari aveva una
compagna, magari vivevano assieme…
Per quelle
strane coincidenze che non sappiamo mai quanto siano casuali o quanto
appartengano ad un destino predeterminato, un giorno Davide l’aveva chiamata al
telefono. “Sai… anche se in questi anni non ti ho mai
chiamata… non credere che non ti abbia mai pensata… “ aveva buttato lì in
risposta ai suoi balbettanti convenevoli sul come va cosa fai come stai. Lei
aveva colto la palla al balzo: “Mi piacerebbe venire a trovarti, tanto
approfitto per visitare il Salento; avevo appunto deciso di venire lì per una
vacanza fra qualche settimana.”
Il Salento,
una stanza affacciata su di un vicolo, centro storico di Tricase, chiese
antiche lì attorno, ai bordi di ampie piazze.
Adesso è
qui, seduta sul letto, Davide seduto sul piccolo divano lì accanto. Si erano
incontrati nel primo pomeriggio in un bar di Tricase Porto affacciato sulla
scogliera, quasi come certi bar della sua Liguria a cui le mareggiate a volte
inzuppano le tovagliette. Era stato tutto così semplice, come riallacciare il
filo di un discorso lasciato per caso interrotto pochi giorni prima. Avevano
trascorso il pomeriggio assieme, poi a cena in un localino lì a Tricase, poi
l’aveva accompagnata al B&B. Lei aveva intuito che avrebbe desiderato
entrare, altrimenti non avrebbe parcheggiato l’auto proprio lì davanti,
chiudendo a chiave la portiera.
Davide
adesso è lì nella stessa stanza con lei, non più mille chilometri tra loro ma
un paio di metri. Lui sta cercando di accorciare anche quei due
metri. Ad un certo punto si alza dal divanetto e si mette sul letto di fronte a
lei, copiandone la posa semisdraiata sul gomito. Cerca il contatto
fisico, la sua mano ogni tanto si allunga repentinamente a tirarle una ciocca,
a darle un buffetto sul naso.
Le
chiacchiere si fanno più intime; ora si raccontano i loro percorsi sentimentali
in quei cinque anni. Ci sono state altre donne, le dice, un paio di relazioni,
ma non erano veri amori. “Alla fine le ho lasciate io”… “Perché le hai
lasciate?” “Non le amavo, appunto, che senso aveva continuare?”
Adesso è
solo. “Non c’è nessuna donna in questo momento, nemmeno qualcuna all’orizzonte.
Questo non significa che resterò solo tutta la vita, spero… immagino
possa esserci una donna nel mio futuro… magari potrei ricominciare una
relazione con te…” Valeria ha un lieve sobbalzo che lui percepisce, “o
innamorarmi di qualcuna che ancora non conosco…” si affretta a concludere per
rimediare.
“Una
relazione con me… bisognerebbe prima capire certe cose” aggiunge comunque
Valeria. “Certo… è ovvio” replica lui che non ha capito cosa lei
intenda e quindi non c’è nulla di ovvio.
Gli sguardi
si cercano e si rifuggono e si ricercano. La tensione erotica si taglia a
fette.
E’ ormai
tarda notte quando si gettano tra le braccia l’uno dell’altro. L’amplesso è
timido, un pallido simulacro di quello che accadeva tra loro quando stavano
assieme. La distanza non si è azzerata, quei cinque anni ancora sono lì tra
loro, con le bugie, con le sguaiatezze con le quali lui aveva preso le distanze
da lei, rintuzzandola in un limbo di smemoranda per fare spazio a un nuovo
amore che si era configurato al suo orizzonte, con la scomposta reazione di lei
che non riusciva a credere a quel che lui era diventato… o era sempre stato,
senza che lei volesse vederlo.
ANCORA
MERCOLEDI’
Il Salento,
Marina Serra. Una grintosa Renoult Captur azzurra, noleggiata ieri al Lecce
rent, è parcheggiata esattamente nello stesso posto della vecchia station
vagon…. Valeria sale sulla Renoult regalando un sorriso di gratitudine ad
Andreas che le tiene aperta la portiera come si addice ad un gentiluomo. Non
c’è donna che non apprezzi questa piccola galanteria.
“E’ ora di
pranzo, dove ce ne andiamo a mangiare qualcosa?”
“Andiamo a
Leuca, è un posto magico, tra mezz’ora saremo là” risponde Valeria, sommersa
dal ricordo del vento straziante di quel giorno con Davide, che li aveva spinti
a rifugiarsi da Martinucci a sorseggiare una tisana calda. E vai col ”mi
ritorni in mente”…
Era rimasta
in Salento una settimana, e tutti i giorni si erano visti, e tutte le notti
avevano dormito assieme. Senza più parlare di loro due. Senza fare
progetti. “Presto verrò a Genova per qualche giorno, mi inviterai a
cena vero?” le aveva detto Davide al momento del commiato.
Davide era
tornato a Genova un paio di volte, si erano visti, avevano fatto l’amore, e la
passione degli amplessi era salita di livello. Ma qualcosa di trattenuto
restava, un timore di lasciarsi andare, di ricascare nelle catene del cuore che
li aveva tenuti assieme comunque per quasi dieci anni, a dispetto di tutto.
Poi lei era
tornata in Salento, questa volte ospite a casa sua. Avevano dormito assieme,
abbracciati, chiacchierato fino a quando il sonno non li vinceva, e avevano
fatto l’amore. Ma qualcosa era cambiato. Valeria aveva percepito di nuovo
l’odore del tradimento, lui stava seguendo le tracce di
qualcuna. “Perché non me lo dici chiaramente? Non sono più la tua
compagna, e nemmeno la tua fidanzata, né lo sarò mai più. Non lo sopporterei,
ormai. Posso essere solo la tua amante ma in regime di reciproca libertà, come
ti ho detto appena arrivata. Non hai motivo per i sotterfugi e la menzogna. Tra
un paio di giorni tornerò a casa e potrai infilare un’altra nel tuo letto. O
meglio, infilarti tu nel letto di un’altra, che è meno impegnativo no?” Alla
fine aveva confessato.
Nondimeno,
dopo il suo rientro, lui aveva continuato a telefonarle spesso, la sera tardi,
lunghe telefonate come ai vecchi tempi quando stavano assieme e lui
periodicamente si recava dalla madre. E a proposito della nuova fiamma aveva
dichiarato, naturalmente, che non era amore, solo amicizia, amicizia di letto.
“Non c’è nessuna fidanzata, stanne certa” le ripeteva per rassicurarla di una
specie di fedeltà sentimentale che non era stata richiesta.
Così su
queste memorie vagano i suoi pensieri, mentre l’auto scivola silenziosa sulla
strada che attraversa la campagna, come una ferita aperta in un tessuto di
ulivi malati e sofferenti.
A Leuca
oggi il tempo è incerto, il sole gioca a nascondino, ma il vento è
clemente. Pranzano all’Hosteria del Pardo, sotto la tettoia in mezzo
al verde. I ricordi dolceamari sfumano nella voce roca di Andreas,
nelle sue vocali chiuse che suggeriscono soffici pensieri. Le mani si sfiorano,
e c’è tenerezza in quel contatto, c’è timore e c’è eros, c’è cautela e c’è
desiderio. Hanno un passato, lei e Andreas, come accade quando si ha
una certa età, e la vita ha lasciato segni. Quando lungamente abbiamo dovuto
leccarci le ferite. Valeria lo guarda di sottecchi, ne soppesa i
gesti eleganti che svelano origini aristocratiche di una signorilità di antica
data. Andreas è figlio di un magistrato, nipote di un ambasciatore.
La classe non è acqua, ma può essere uno “Squinzano rosato DOC, nella versione
giovanile, adatta al piatto di mare che avete ordinato”, li consiglia il
cameriere. Vada per lo Squinzano, il cameriere arriva poco dopo con la
bottiglia, la apre con stile impeccabile da sommelier, ne versa un poco nel
bicchiere di Andreas per l’assaggio. Lui beve un sorso, sorride al cameriere,
potrebbe versarne un assaggio anche alla signora? sentiamo se anche lei
gradisce… guarda Valeria, bevendosi il gesto di lei che scosta i capelli mentre
porta il bicchiere alle labbra. Momenti di perfezione si edificano
su remote imperfezioni che ancora bruciano nei visceri, quando una tisana non
aveva bisogno di denominazioni di origine controllata.
MERCOLEDI’
SERA
Via Nizza, secondo
piano, un piccolo spazio con una grande terrazza che si apre sulla città e sul
mare. La casa di Andreas, spartana di semplicità, il lusso si indovina da
qualche particolare. Una scultura in metallo posata su un capitello rappresenta
due magre figure allacciate in un abbraccio disperato; su una
parete un enorme quadro antico descrive una battaglia navale, sullo
sfondo a sinistra un castello turrito e il cielo che si perde tra le colline
sfumate di nebbia, a destra il gorgogliare dei flutti che inclinano i velieri.
“Ti piace? Lo acquistai ad un’asta proprio quando mi trasferii qui a Genova,
otto anni fa.”
Sì, mi
piace Andreas, mi piace la tua casa minimale e ordinata, uno spazio su cui
plasmarsi, su cui inventare una presenza , creare un’interferenza. Valeria si
accomoda sulla poltroncina. Non ci sono divani in questo living aperto al sole,
solo sedie e piccole poltrone su cui ci si accoccola senza affondare, senza che
le membra si spargano disordinate, senza che la schiena si inarchi in una curva
solo apparentemente rilassata.
La cucina
di Andreas, separata dal soggiorno da una mezza parete all’altezza delle
spalle, mobili bianchi e grigi, un frigorifero arancione in posizione
strategica, un mazzo di rose bianche sul tavolo. Sono state messe lì in
previsione dell’arrivo di Valeria. E’ la prima volta che va a casa
sua. Dopo il Salento si sono presi un paio di giorni di stacco, solo qualche
breve telefonata, dovevano riemergere dall’onda che li aveva
travolti. Ora sono tornati nella routine quotidiana, la casa di
Andreas, la casa di Valeria, la vita di Andreas, la vita di Valeria, e devono
vedere cosa resta. Intanto cenano assieme. Chiacchierano di tante cose. Come
per accelerare la conoscenza reciproca. Complice il bicchiere di vino, dopo un
po’ si ritrovano abbracciati su una poltrona, una in braccio all’altro, e
scivolano sul tappeto a far l’amore.
“Vuoi
fermarti a dormire qui?” Valeria indugia un attimo, è tutto così
caldo e morbido e scorrevole e tranquillo e accogliente e quasi familiare… sarebbe
bello chiudere gli occhi e addormentarsi, così abbracciati, e terminare in
sogno la fiaba iniziata.
“No,
scusami, ma preferirei tornare a casa….”
Andreas si
alza come un gatto, indossa la tuta e le scarpe. L’aiuta a rivestirsi a sua
volta. L’aria è fresca in questo otto maggio bizzarro. L’automobile parte
dolcemente, senza scatti, come mossa da un nastro rotante. Valeria è
quasi pentita di non essere restata. Guarda Andreas di sottecchi, affascinata
dalle sue mani che si muovono senza nervosismo, mani gentili, e avrebbe voglia
di quelle mani su di lei, di rifare l’amore ancora, lì, adesso,
sull’automobile. Ma forse è meglio così, non consumare la fiamma, attendere
renderà più intenso il piacere del prossimo incontro. Ci vuole poco ad arrivare
alla casa di Valeria, è passata la mezzanotte e le strade genovesi a quell’ora
godono di una viabilità scorrevole impensabile durante il giorno.
La casa di
Valeria, così spoglia da rasentare la povertà, una precisa scelta di vita. La
stanza di Valeria, i suoi pensieri dentro la stanza, le parole lette, le parole
scritte, le parole dette, tutte si muovono in quella stanza, e raccontano
storie, le molteplici storie che si sono intrecciate alla sua
vita. Apre la porta di casa e le parole la accolgono come figlioli
che accolgono la madre, la accompagnano in bagno, e poi in cucina, e poi in
camera. Spazi contigui, quasi senza soluzione di continuità, dove ogni attimo
di vita trova una sua collocazione.
Poco dopo
Valeria è nel suo letto, la sua tisana sul comodino, la sua musica rilassante,
il cellulare sotto carica, la luce fioca della lampadina velata. Non ha sonno
ma non ha voglia di leggere, di vedere films, nemmeno di pensare. Solo lasciar
placare le emozioni, lasciar fluire i ricordi. Chissà se Davide ha chiamato? Guarda
il cellulare. Nessuna chiamata. Magari anche lui ha cenato con una donna, e ha
amoreggiato con lei sul tappeto di una casa non sua. E chissà se
anche lui sta pensando a lei?
Ma perché
Davide dovrebbe pensarla? Lei è solo una che un tempo ha rincorso, ha
conquistato, e poi ha gettato via. L’obiettivo era stato raggiunto, lei lo
amava, e lo scopo esaurito, non serviva più. Non era certo per il
suo fascino che Valeria se n’era innamorata, ma per una sua forza d’animo,
un’energia vitale straordinaria, che suggerivano lealtà e onestà. Quando si era
accorta della pochezza sentimentale, e della falsità, era già toppo tardi, una
donna che ama, ama e basta. Davide non conosce l’amore. Non è mai
stato travolto da quell’onda anomala che ti rapisce contro la tua volontà, ma
ti porta nel luogo sacro, sconosciuto a molti, dove nasce l’albero che nessun
fulmine abbatterà. Davide conosce l’attrazione, al più l’innamoramento, ma non
ha preso l’onda, come un surfista maldestro. E’ un uomo tormentato.
L’inquietudine gli si legge nei gesti concitati e inconsulti, nel movimento
degli occhi sfuggenti, nella composizione delle frasi, nella scelta delle
parole, nell’incapacità di fermarsi, nel non avere mai tempo di… nella ricerca
compulsiva di un se stesso che gli sfugge. Non vede le donne, vede sempre e
solo se stesso riflesso nelle donne, donne oggetto non soggetto, totalmente
disinteressato alla loro interiorità. Cerca disperatamente di innamorarsi ma
persegue l’obiettivo sbagliato, quello di far innamorare. Un obiettivo che poi,
raggiunto, non gli interessa più. Ciao, credevo fosse amore invece era un
calesse, avanti un’altra, il mondo è pieno di donne. Chissà magari anche di
uomini, si può provare.
Valeria gli
aveva proposto un approccio, gli aveva teso un salvagente. Una relazione
libera, privata del ricatto delle promesse, della fedeltà sessuale. Un
sentimento da coltivare al di là dei limiti del tempo e dello spazio, qualcosa
di privilegiato che li avrebbe accompagnati negli anni, e su cui sempre
avrebbero potuto contare. Un rapporto che avrebbe dovuto basarsi non sulla
fedeltà ma sulla fiducia, sulla sincerità, sulla costanza anche. Ma lui non era
stato capace di coglierlo, o forse non gliene importava nulla. Lo aveva
immediatamente sporcato, sul nascere, con la falsità. Un rapporto
così può arrivare solo dall’amore. Ma Davide insegue la conquista, come un
adolescente, accontentandosi di relazioni miserevoli.La casa di Valeria, la
stanza di Valeria, le parole di Valeria, le narrazioni di Valeria. Davide è una
delle narrazioni di Valeria, ma Valeria non sarà mai una narrazione di Davide.
Davide non
ha vere storie da raccontare, perché a nessuna donna che lo abbia amato ha mai
attribuito sufficiente importanza per poterne narrare. La polvere si è
depositata su di loro. Per Davide sono importanti solo le donne che non lo
amano, che sfidano il suo smisurato narcisismo restando indifferenti alle sue
profferte. Così può sempre sognare che in quelle donne ci sia il vero amore. E
può giocare ad inseguirlo. Davide non potrà raccontare mai più una storia,
perché non ha compreso una cosa fondamentale: certi treni passano una volta
sola, specie nelle piccole stazioni.
Le parole
di Valeria, i racconti di Valeria, le narrazioni di Valeria, la stanza di
Valeria colma di narrazioni, la casa di Valeria che racconta le storie.
E poi gli
uomini di Valeria, quelli che l’hanno amata, quelli che ha amato, quelli che la
ricordano, quelli che lei narra, e quelli che l’ameranno
domani. Afferra il cellulare e invia un messaggio.
Buonanotte
amore, au revoir.

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